STRANEZZE SPAZIALI – PARTE 2

Take your protein pills / and put your helmet on

Sono le 12 e 40, e mi sto facendo la doccia. Stamattina avevo giurato a me stesso di svegliarmi alle 8, di lavarmi SUBITO, di sbarbarmi, di rifare il letto e arieggiare la stanza e fare gli addominali e fare una colazione sana e e e e. Ovviamente, nulla di tutto ciò. Stando all’ultimo computo,  ho rotto questo giuramento per 34 giorni di fila. Ho riacquistato peso alle 8 e 30, emergendo dal sonno. Sono corso immediatamente ad aumentarlo, quel peso, ingozzandomi con pane e nutella, fiumi di latte bollente e poi pane ed olio. Al mio sguardo porcino non poteva sfuggire il pranzo, lasciato indifeso sui fornelli. Dovevo scaldarlo alle 13: l’ho divorato alle 9. Sono diventato estremamente lento nel fare le cose, ma quando si tratta di ingollare cibo possiedo ancora la rapidità di un cobra. Sono tornato a letto, dove ho fatto finta di essere un astronauta perduto sotto le coperte di uno strano mondo onirico. Mi sentivo più che altro un cetaceo spiaggiato, a dire il vero. Ma si tratta di una sensazione che posso combattere, contenere, se rimango sdraiato. Quando sono in piedi, e mi rendo conto dei tre o quattro palloni da football che mi stanno crescendo dentro, vorrei subito buttarmi a terra. Ad ogni gradino che faccio, le mie ginocchia scricchiolano.  Povere le mie ginocchia. Eravate giovani e belle, e vi comporrei un poema omerico, se solo mi ricordassi ancora come si compone qualcosa. Ora mi sto lavando, perchè entro le 13 il bagno deve essere libero. In fretta e furia, come al solito, perchè ho indugiato nel letto finchè la mia camera non ha assunto lo stesso odore di una sauna frequentata da gorilla. Indosso la tuta, e più sformata è meglio è. meglio non azzardare dei jeans, non voglio vedere le mie trippe farsi strada attraverso il tessuto ed esplodere verso l’alto, irrompendo in cielo come il muso di Moby Dick prima dello schianto finale contro il Pequod.  Stamattina ha chiamato GC, e presto dovrò compiere il titanico sforzo di richiamarlo. Gli scaricherò addosso la solita razione di ansie, angosce, paure. Se non altro, dimagrirò spiritualmente.

Ground Control to Major Tom / Commencing countdown, / engines on / check ignition / and may God’s love be with you

Alle 13 e 53 entro in contatto con GC. Maledetto, benedetto GC.

-Allora, hai fatto qualcosa stamattina?

-No.

-Buffo, non me lo sarei aspettato, guarda. Major Tom, siamo qui da mesi, fermi che una pietra in confronto è Flash. Ci ho provato con le grandi esortazioni. Ci ho provato coi dibattiti. Ci ho provato illustrandoti la mia elaborazione filosofica dei doveri dell’uomo. Non ha funzionato niente. Ora, non vorrei sembrare un tantinello rude, ma che cazzo devi fà? Non vuoi vivere, non vuoi morire, ti limiti a mangiare così poi mi dici che sei grasso, a isolarti così poi mi dici che sei solo..

-Così poi, così poi, così POOOOOOOIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!

-Ah no, non attacca Major Tom, hai capito?!? Basta con le urla, basta coi pezzi da matto, almeno tu fossi matto davvero! Almeno usciresti, e ti arrampicheresti su un palazzo; oppure, che ne so, resteresti in caso e ti prenderesti a badilate il batacchio, sarebbe pur sempre un fottuto qualcosa..

-Ti ricordi che cosa mi hai detto 11 mesi fa?

-E BASTA con questa ossessione di ricordare le cose, Major Tom! Ma guardare ogni tanto al domani? Ho capito che domani non è ancora, ma se è per questo, il passato non è più!

-Mi hai detto: “per che cosa fatichi?”. Io cerco ancora una risposta.

-Sì, cazzo, ma io ti avevo detto anche “Fà!”. Fai qualcosa,  Dio mio!

-Arrivederci, Ground Control.

-Vaffanculo, Major Tom.

Ho come l’impressione che passerò il pomeriggio a guardare spezzoni di vecchi film, leggere parti di vecchi libri, ascoltare pezzi di vecchie canzoni. Il solito fritto misto di nostalgia con contorno di tristezza, insomma.

Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five, Four, Three, Two, One, Liftoff

Oggi ho guidato per la prima volta in vita mia.  Da solo. Non so se fosse più grande la mia esaltazione, o l’impulso di pisciarmi sotto per la paura. Non ci vedo bene, sono un pericolo pubblico, il grasso si spalma sul volante come del burro su un toast, ma chi se ne FOTTE! Cerchiamo di capirci, per uno che si chiama Major Tom guidare la cosa più vicina ad un’astronave che sia accessibile alle tasche della classe media non è roba da poco. Se un’automobile potesse procedere in verticale, con un’onesta andatura di 100 km/h potrei raggiungere lo spazio in un’ora o poco più. E senza preoccuparmi delle curve, dei semafori, delle rotatorie e dei maledetti passaggi a livello. Ora, non so se voi avete ben capito di cosa sto parlando. Lo SPAZIO. Pronunciatelo con la giusta enfasi, e vi accorgerete che il vostro cervello sta ubbidendo a un impulso nato con la prima scimmia che abbia mai rivolto il proprio avido muso al cielo, maledicendosi per l’impossibilità di divorarlo. I vostri neurono stanno secernendo quintalate di immagini: galassie, nove, stelle vicine e lontane, satelliti con un look anni ’70 (Voyager 1 e 2 ci salutano, dovunque essi siano). Insomma, tutto il corollario di immagini iniettateci tramite i manuali di Scienze della terza media e i grandi libroni della De Agostini. I più colti stanno probabilmente riciclando nella loro mente qualche film di fantascienza. Un remix complesso e delicato, che frulla assieme il pianeta-genitali di Alien, il buon vecchio Alderaan (RIP) e tutte le stelle dipinte su panni neri, reperti di un’epoca in cui gli “effetti” erano “speciali” per il semplice fatto di esserci. Tutta questa roba fa da strato superiore di un immaginario che nasce chissà dove, chissà quando nel nostro più remoto passato. Purtroppo, la mia automobile può andare solo avanti o indietro. E questo significa che non è abbastanza potente da portarmi lontano da qui. Come potrebbe farlo? E’ più vecchia di me, e sembra addirittura più scassata. L’unica è godermi le marce, lo sterzo, i tergicristalli, tutte le luci e i pulsanti che ci sono, aggiungerne altri con l’immaginazione e pensare di essere a bordo di un ricognitore monoposto. Con la nebbia che c’è qua fuori, posso quasi pensare di essere stato inviato in un territorio sconosciuto, al di là delle carte stellari. Parto.

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