STRANEZZE SPAZIALI – PARTE 5

Though I’m past one hundred thousand miles / I’m feeling very still / And I think my spaceship knows which way to go / Tell my wife I love her very much, she knows

Accade mentre sto spingendo l’AstroAlfa ai suoi limiti, in un tratto particolarmente pericoloso fra la provincia di Roma e gli anelli di Saturno. Attorno a me, bidoni della spazzatura e supernovae. L’astronave rolla e beccheggia, in balìa dei venti solari. Sferzano sempre troppo, ‘sti maledetti venti solari. Li odio.  Accade, e penso che non ci sia alcuna ragione a farlo accadere. L’ultimo pensiero che ho prima che accada è: quando sto seduto, il ventre si comprime. La pancia, il bozzo da ragno che mi sono costruito in anni di paziente apatia mangereccia, si sente ancora di più.  Poi. Poi. Poi. Poi. Non ci sono sbuffi di fumo, né, luci, né rumori, né odori. Semplicemente, lui è lì, sul sedile posteriore, vicino alla zona cargo della nave. Lo guardo dal retrovisore del ponte, voi terrestri lo chiamereste specchietto.

Dall’unica occhiata che riesco a dargli, direi che il giudice è arrivato.

Mi assomiglia. A dire il vero, è identico a me: naso, occhi, bocca, braccia, tutto. Ha persino i miei stessi vestiti…o sono io ad avere i suoi? In realtà, ovviamente, non è affatto identico a me. Non ha la pancia, tanto per cominciare. E quello conta enormemente. Non è…gonfio. Anche la postura è differente. lui se ne sta seduto diritto, in modo tranquillo. Non come me, che ho sempre la sensazione della gobba che mi cresce tra le scapole. lui non si contorce, non cerca di raddrizzarsi, non guarda fuori in maniera apatica e non digrigna i denti. Siede e basta, come io non riesco più a fare da tanto tempo. E’ soprattutto il suo volto a spaventarmi. Mi terrorizza fin nel più grasso recesso dell’anima. E’ un volto sereno. Non esageratamente felice, non pazzamente esaltato, non  profondamente triste, non irrimediabilmente  depresso, non follemente innamorato. Sereno, vi dico. Come quello di una persona che abbia provato moderate dosi di tutte queste emozioni, passando attraverso differenti fasi della propria vita, contrassegnate ciascuna da esperienze, attività, persone diverse: cose che l’hanno influenzata, ma non sommersa, nel bene e nel male.

E’ il volto di una persona normale.

Mi parla. Ha una voce senza picchi striduli o sussurri inquietanti. Eppure, sa farsi ascoltare benissimo.

-E alla fine, eccoci qui. Ce ne hai messo di tempo per salire quassù, e fare questo viaggio. Il simulacro di un’azione, ma è sempre meglio del divano, no?

“Che ne vuoi sapere tu??”

-Oh, io so, io so. Io so tutto. Ricordo tutto quanto, dall’esatto momento in cui sono nato. Vedi, la prima volta che hai ceduto non è stata come uno schianto fragoroso. Assomigliava più che altro ad uno scricchiolio, perso fra i meandri di un’enorme struttura. E’ stato allora che sono nato io.  Sono semplicemente quel te che non ha ceduto, che non ha scricchiolato. E che, da allora, ha imparato a non scricchiolare più. Da quel momento in poi, abbiamo proseguito su strade differenti…ma t’ho sempre buttato un’occhiata.

“Ma che cazzo ne vuoi sapere tu????????’ TU?????????? TU SEI MAGRO!!!!!!????!?!?!  E poi, nessuno è come voi eroi che non sbagliate mai, porcodiddio….”

-No, no, sei fuori strada. Nessun eroe. Niente muscoli guizzanti, spade lucenti o emozioni forti. Vedi, non è servito nulla di tutto questo. Imprese titaniche o disperate, sforzi compiuti al limite dell’umano…niente di tutto ciò è mai stato necessario.  Positività, un minimo. Volontà e autostima, quel tanto che bastava. Affidabilità, umiltà. Soprattutto, io non ho passato gli ultimi anni a distruggermi. So di avere un corpo mortale, soggetto al decadimento. Perciò, mi sono nutrito con moderazione e allenato con costanza. Ah, e ho riflettuto sulla mia vita. Le ho dato un valore. Ho stimato il mio tempo come qualcosa che valesse la pena impiegare per fare qualcosa di buono. Così, semplicemente, un giorno dopo l’altro, ho vissuto una buona vita. Non perfetta, né indimenticabile. Una vita quasi banale. Certamente migliore, credo, delle cento vite da condottiero, tiranno, sadico, genio, stupratore, osannato profeta che hai vissuto tu, chiuso nella tua stanza a marcire.

 

Non gli dico più niente, non credo che ce ne sia bisogno. Attendo, mentre ai lati dell’AstroAlfa sfrecciano corpi celesti dal verde putrescente. Come diceva quello? Meteore pallide, pianeti spenti, piovono gli angeli dai firmamenti.

-Adesso, credo ci sia solo una cosa che tu possa fare. Dopo una vita di rimorso e paura, compi almeno un gesto che ti definisca.

 

Passo dalla terza alla quinta. Il motore 1800 CV alimentato con la pulsante materia oscura dietro le stelle protesta. Ruggisce, addirittura. Non me ne frega un cazzo. Le paratie esterne schizzano scintille ovunque, mentre impattano sul guardrail che segna il confine dell’Universo conosciuto. Lo sterzo si muove da solo, e va che è una meraviglia.

La mia astronave fa il balzo nell’iperspazio.

Ground Control to Major Tom / Your circuit’s dead, there’s something wrong / Can you hear me, Major Tom? / Can you hear me, Major Tom? / Can you hear me, Major Tom?

Mentre l’Alfastronave si libera della gravità, ruggendo per un’ultima volta, mentre il suo cuore di ruggine si scrosta nella vampa del fuoco (compare alle nostre spalle, è alle nostre spalle, oh sì capitano, Bandito in coda, rosso come il Sole caldo come l’Inferno), io guardo sulla postazione del copilota. C’è il mio cellulare, lì. E sullo schermo appannato, compare la scritta GROUND CONTROL. Suona, vibra, si illumina tutto. Tendo i muscoli facciali, incuneati nel grasso, e sorrido. Scusa Ground Control, sarà per un’altra volta. La zona cargo è vuota, adesso. Sono di nuovo solo, solo nel mio viaggio fuori dalla porta. Fluttuando.

D’improvviso, vedo tutto. Eroi, eroine, amori drammi e grandi imprese, notti sorprendenti e spiagge illuminate dalla luna. Gente, ne vedo tanta. Fa un sacco di cose tutte insieme. E sono in tanti, a farle. D’improvviso mi rendo conto che il mondo non è statico. Solo io ero fermo.

—quello che estrassero dalla carcassa dell’auto non sembrava nemmeno respirare. ma viveva. viveva invece, e respirava e soffriva. ora avrebbe avuto menomazioni e dolori reali di cui lamentarsi, lamentarsene per tutta una vita, però era vivo—

(in una stanza illuminata dal sole, l’Autore sta finendo di scrivere. E’ quasi mezzogiorno, e vorrebbe andare a fare una passeggiata. Stuzzicata da pigra curiosità, la Lettrice osserva da dietro le sue spalle, e leggiucchia i fogli sulla scrivania)

LETTRICE: Perchè la fai finire così? Credevo che lui morisse. A che serviva allora la canzone?

AUTORE: Ti dirò, volevo farlo morire. Mi stava parecchio sulle balle come personaggio. Però…non so. La canzone l’ho messa perché mi piaceva e basta, e lui…penso che sarebbe più interessante non farlo morire. Vedere cosa succede dopo, cosa se ne fa della vita. Tutto qui.

Can you “Here Am I floating round a tin can / Far above the Moon / Planet Earth is blue / 

And there’s nothing I can do.”

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