I don’t believe in bedtime stories.

Ci sono serate piovose, passate con la compagnia di un camino e un bicchiere di Fanta (l’unica cosa agguantabile in frigo). Fuori dalla finestra, si alza la nebbia: e un cervello malato di citazionismo allo stato terminale può pensare a due cose. Dato che non voglio soffermarmi sull’ipotesi “Ommioddio sono a Silent Hill, Cristo santissimo!”, provo ad aggiungere mentalmente i lampioni e i comignoli mancanti. Puf, una cittadina anonima è diventata la Londra edoardiana. Certo, la mia sedia non si arrende: rifiuta di trasformarsi in una poltrona. Ed io, d’altronde, rappresento l’offesa suprema al buon gusto dei gentiluomini britannici d’una volta. Va bene così. L’importante è volare, volare con la fantasia. Non si combina niente, ma è un niente dannatamente divertente.

Dunque, se un tizio a casa sua guarda la pioggia dalla propria finestra, e comincia a pensare a Londra (una certa idea di Londra, saldatasi negli anni attraverso quei film tè e pasticcini come Pomi d’ottone e manici di scopa, film dei quali Harry Potter è soltanto un figlio illegittimo), questo stesso tizio sarà anche abbastanza fuori di testa da vedere un’ombra svolazzare nella pioggia. Un’ombra ricollegabile ad una certa figura -silvana, irridente, vagamente inquietante-, resa celebre dal ritornello Puoi volar (che echeggia anche nella terrificante attrazione allestita a EuroDisney, sappiatelo).

Ora, a me Peter Pan o inquieta o sta sui coglioni. Tertium non datur: oscillo sempre fra questi due estremi.

Mi sta sui coglioni per la sua aura banalotta, buonista, che va dal film della Disney (quello del ’53, ma anche l’indicibile seguito direct-to-video del 2002) a innumerevoli riduzioni, pubblicità, ammiccamenti. L’idea che c’è in giro di Peter Pan è quella del bambino coi poteri magici, che ti trasporta in un mondo fantastico, che gioca con gli indiani, Gianni e Michele, eccetera. Il bambino innocente che non vuole crescere. Al massimo, sarà un pochino dispettoso. Una figura assolutamente innocua: in tal modo, una figura appiattita, priva di lati interessanti (per me). Non dimentichiamoci che, in Hook, la versione adulta del buon PP è uno yuppie. Verrebbe quasi da dire: “l’ho sempre sospettato”.

In altri momenti, Peter Pan mi inquieta. Profondamente. Innanzitutto, parliamo di qualcuno che non invecchia e, probabilmente, non può nemmeno morire. Come faceva notare acutamente una volta Davide Mana, l’autore di Strategie Evolutive (un blog che BISOGNA leggere, è un dovere morale), ormai nella narrativa popolare primeggiano figure eroiche abbastanza discutibili. Il vampiro, ad esempio. L’eterno giovane, in realtà vecchio di migliaia di anni. Un essere che si nutre della vita altrui (volendo, del tempo altrui). Non esattamente rassicurante. Ebbene, PP non invecchia. Resta eternamente uguale a se stesso. Come un vampiro. PP è irriverente, incolto, ed ignora le buone maniere, il “mondo degli adulti” rappresentato da Giacomo Uncino. Ha tutte le caratteristiche di uno spirito silvestre. D’altronde, PP è probabilmente un “bambino scambiato dalle fate”. Un Changeling. Figura non esattamente allegra. Ad ogni modo, non è neanche questo ad inquietarmi davvero. Il fatto è che l’aggettivo “silvestre” mi provoca incubi da quando ho letto I figli del grano di Stephen King. Un racconto che inevitabilmente alterato il mio modo di vedere fate, folletti, spiritelli e qualsiasi entità riconducibile al mondo naturale. In particolare, ciò che il protagonista del racconto trova entrando nella chiesa (il “Cristo volpino”), mi sconvolse profondamente. E da allora, non ce n’è più per nessuno. I lepricauni? Spiriti ubriaconi ed attaccabrighe. Le fate? Sono come le rappresenta Del Toro in Hellboy 2: possono mangiarti vivo. Peter Pan? Per carità! Forse si tratta di qualche impudente dio delle foreste, privo della propria memoria, che cerca ancora seguaci. Parodiando se stesso e i propri riti, ha formato i Bimbi Sperduti (in un altro tempo e luogo, i propri adoratori), e chiama a sé Wendy ubbidendo ad un antico impulso: in un’altra epoca, probabilmente, l’avrebbe condotta sull’altare sacrificale.

Questo lato oscuro, violento, istintuale di PP non me lo sto inventando (troppo): leggetevi il Peter Pan di Loisel, un fumetto amaro e disturbante. Nell’opera del francese, Peter è soprattutto un essere umano che vive di illusioni, e che decide consapevolmente di rimuovere quella parte dei suoi ricordi che sarebbe stata indispensabile al processo di crescita. A PP fa da contraltare Uncino, o James Hook se preferite. Uncino è il cattivo, e si sappia: nelle buone storie, è soprattutto il cattivo a funzionare. L’Uncino di Barrie è un gentiluomo fuori tempo massimo, incline a momenti depressivi, decisamente teatrale. Per parlar chiaro, Uncino è probabilmente un PP che sia stato costretto a crescere. Uno spirito silvestre in un corpo adulto, che ha appreso le regole dell’etichetta. Una figura tanto inquietante quanto quella di Peter: entrambi sembrano  non possedere un passato. Combattono la loro guerra eterna a Neverland, e tanto basta loro.

Penso spesso a Uncino e PP, soprattutto quando mi guardo le mani. Le mie mani che stanno invecchiando, si stanno modificando. Non sono più le mani dei miei quindici, sedici anni. Sulle mani sta scritto l’invecchiamento, e l’invecchiamento è l’araldo di cose che preferisco non nominare. Chissà, forse Uncino s’è mozzato la mano da solo, per non vedersela invecchiare. Ha dovuto tenerne una per non diventare completamente invalido. E quel piccolo brigante di Peter si sarà appropriato del fatto, inventandosi la storia del coccodrillo. Poco ma sicuro.

In Hook (Steven Spielberg, 1991), film non riuscitissimo, c’è un personaggio ben più grande dell’opera in cui si trova. Sgomita per saltar fuori, tanto è peculiare. Si tratta dell’Uncino di Dustin Hoffman. Uncino è mortalmente depresso, all’inizio del film, e tenta il suicidio. Cosa che i fan del film spesso non ricordano. Così come non ricordano questa sua frase: “La morte è l’unica grande avventura che mi rimane”.  La fata Trilly promette ad Uncino una nuova guerra, ed il personaggio si rianima. Ride come un bambino, si diverte come un adolescente e tortura come un adulto. Cerca di plagiare Jack, il figlio dell’odiato yuppie. Ammazza Rufio, il capo dei Guerrieri della Nott….volevo dire dei Bimbi Sperduti. Nel combattimento finale con lo Yuppie, capiamo che Uncino ha paura del tempo che vola via. Assai bizzarro, per uno che non ha niente da fare. Ma tant’è. Alla fine del duello. Si scoprono una o due cose interessanti. Uncino ha la parrucca (io, all’epoca, non me n’ero accorto. Ma sono sempre stato un fesso), ed è un povero vecchio solitario. Ha una nave pirata, ma nemmeno un amico al mondo. C’è chi sceglierebbe comunque la nave pirata, e fanculo quelle maledette sanguisughe che lo circondano. Nel film, tuttavia, questa non viene indicata come una scelta felice.

Dunque, Uncino muore, ingoiato dal coccodrillo. Urlando, invocando la mamma. Sì, la MAMMA. Prima di tutto questo, però, ha ancora il tempo di pronunciare la miglior frase del film, una di quelle che val la pena di incorniciare, per ciò che suggerisce più che per quel che mostra. Infatti, PP inizialmente risparmia Uncino. A convincere lo Yuppie sono senza dubbio i primi sentori dello scandalo Enron, nel quale verrà coinvolto di lì a pochi anni. Il suo bel contributo a questa scelta lo dà proprio Uncino, dicendogli: “In fondo, cosa sarebbe il mondo senza Capitan Uncino?”. Per molti, forse per tutti, questa frase non ha valore. Col passare degli anni, tuttavia, mi ha colpito in maniera crescente. Puoi essere la patetica caricatura di un adulto. Puoi vivere nella paura della morte, tua e di ciò che ami.

Ma…mettici dentro un pizzico di teatralità, e quel tanto che basta di megalomania. Allora scoprirai che, tutto sommato, persino al più grigio, noioso vincente mancherà (per un istante, solo un istante), la tua capacità di improvvisare.

Sarà la pioggia, sarà il periodo, sarà che non ho birra né dolciumi a casa. Ma stasera mi sento come sse aspettassi un Peter, un Peter qualsiasi, venuto per me. A farmi fuori, s’intende. In ogni caso, non accadrà.

 

-Have you come to kill me, Peter?      -I don’t believe in bedtime stories.

Annunci

Meteore pallide, pianeti spenti. Piovono gli angeli dai firmamenti

NOTA: Il titolo rappresenta una citazione di alcuni versi tratti dall’inno A Satana di G. Carducci.

Interstellar è un film sulla bocca di tutti. Ogni suino abitatore del web si è sentito in diritto di esprimere la propria opinione riguardo ad esso, ed io non sarò da meno. Pertanto, andiamo ad incominciare. Devo anticipare una cosa: il tema dell’esplorazione spaziale mi affascina, esalta e commuove al tempo stesso. Non sarà una recensione imparziale.

1) 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

Tanto vale togliersi subito il dente. Questo film è stato accostato (praticamente da chiunque) all’opera di Kubrick: vuoi come omaggio, vuoi come sfida. I punti di contatto ci sono, innegabili e numerosi. Provo ad elencare quelli che ci ho trovato io. Partiamo dal fattore astronavi: nel film di Nolan, i veicoli spaziali hanno un design non troppo super-scientifico, aderente ad un futuro prossimo abbastanza probabile da risultare verosimile. D’altronde, questo film è ambientato fra pochi decenni, in un futuro spaventosamente possibile. Per 2001, Kubrick richiese la consulenza di alcuni progettisti attivi nel campo dell’aerospaziale, allo scopo di dare vita a delle astronavi che il pubblico potesse trovare credibili. Nolan si è mantenuto sulla stessa linea di condotta, inquadrando mezzi che potrebbero effettivamente rappresentare un frutto futuro dell’intelletto umano. Inoltre, il modo in cui i veicoli di Interstellar vengono ripresi, mentre si muovono nello spazio, mi ha ricordato più di una volta le astronave kubrickiane, intente a galleggiare (e quasi a danzare) fra i pianeti del Sistema Solare. Nolan non ha osato metterci la musica classica (o almeno, io non l’ho notata), ma il suo film si avvale comunque di una colonna sonora (per me) straniante, notturna, quasi onirica. Hans Zimmer ha svolto un gran lavoro: niente partiture epiche per lui (ne ha già fatte fin troppe). Nonostante ciò, sono fermamente convinto del fatto che alcune scene potrebbero essere rigirate col Danubio blu in sottofondo, e filare benissimo lo stesso. L’omaggio più visibile di tutti, in ogni caso, è certamente legato al robot TARS ed ai suoi simili: dei robot-monoliti, privi di volto come HAL 9000 (ma dotati di una personalità complessa, proprio come l’intelligenza artificiale ribelle di 2001) e dotati di sorprendenti capacità di shapeshifting. Il monolite di 2001 è stato accostato a qualsiasi oggetto possibile: l’intelligenza, Dio, il Fato, l’evoluzione stessa. I robot di Nolan non sembrano essere rivestiti di così alti significati. Più che altro, in certi momenti essi sembrano quasi costituire una divertita “voce del regista”, inserita nella storia per ridicolizzare un minimo dei personaggi che si prendono sul serio, mortalmente sul serio, per ogni secondo della pellicola. Occorre poi citare la destinazione iniziale della stazione spaziale Endurance nel film: Saturno, meta inizialmente prevista anche in 2001. In seguito, si decise di trasformare quella parte del film in un viaggio su Giove, allo scopo di ovviare ai problemi tecnici derivanti dalla rappresentazione degli anelli di Saturno. Nolan, girando 46 anni dopo, non ha avuto il medesimo problema. Se tutti gli altri elementi fin qui elencati si pongono come mere citazioni, l’idea che Interstellar giunga fino a Saturno ed oltre (laddove Kubrick aveva dovuto fermarsi a Giove) sa di guanto di sfida, lanciato da Nolan al mostro sacro fra i mostri sacri.

2) BUIO E FREDDO

Una delle caratteristiche che ho maggiormente apprezzato di Interstellar è la rappresentazione del viaggio spaziale come lungo, irto di difficoltà e di imprevisti, e privo di una conclusione certa. In altre parole, il film si avvicina parecchio ad una visione totalmente realistica dell’esplorazione spaziale (se ignoriamo la gravità artificiale presente sulla stazione Endurance, ed altre cosette..), soprattutto perché dallo schermo ci raggiunge una fortissima sensazione di impotenza, e di lotta contro le soverchianti forze del cosmo. I problemi di natura “temporale” fronteggiati dagli astronauti hanno implicazioni spaventose, ed una volta tanto non arriva nessun Deus ex machina a risolverli. Con il progredire della trama, le parole pronunciate dal protagonista all’inizio del film assumono un significato sempre più evidente: serve davvero una razza di esploratori, per fronteggiare le enormi difficoltà pratiche del viaggio nello spazio. Un non-luogo virtualmente infinito e buio, non costruito a misura d’uomo. Ed è proprio questo a scioccare di più: anche la più soffocante giungla urbana, gonfia di periferie piagate dal crimine, resta comunque un luogo progettato da esseri umani per esseri umani. Gli ambienti più inospitali del nostro pianeta (giungle, deserti, distese polari) possiedono un’atmosfera respirabile, e sono teoricamente visitabili da tutti i membri della nostra specie. Lo spazio (e con questo termine, si vogliono qui indicare anche la maggior parte dei pianeti conosciuti) possiede caratteristiche completamente diverse.  La vita umana non è sostenibile, lassù, senza un massiccio ricorso alla nostra tecnologia. Nello spazio siamo insignificanti, mentre sulla Terra rappresentiamo la specie animale dominante (talmente dominante, dall’essere costretta ad intervenire attivamente per evitare l’estinzione delle altre). Per l’uomo occidentale d’inizio Ventunesimo secolo, abituato a vivere concentrandosi su problemi di natura immediata e strettamente personale, lo spazio può rappresentare lo shock supremo. Lì, le nostre esigenze (sia materiali, sia psicologiche) non contano assolutamente nulla. La nostra stessa sopravvivenza appare irrilevante. Interstellar rende bene questa terribile sensazione. I membri dell’Endurance non sono i superuomini del cinema d’intrattenimento, per metà scienziati e per metà uomini d’azione. Ai nostri occhi, essi si pongono come individui normali, costretti dalle circostanze ad imbarcarsi in un’impresa che sembra eccedere di gran lunga quanto sia realizzabile dalle forze umane.

3) IL SIGNIFICATO DELLA FRONTIERA (SPAZIALE) NELLA STORIA AMERICANA

Alla disperante sensazione fin qui descritta, nel film si accompagna un concetto complementare, ma in qualche modo opposto. Lo si avverte solo in certi momenti, ma la sua presenza è innegabile. Si tratta dell’esaltazione dello spirito pionieristico, componente primaria della storia e della cultura statunitensi. Il “pioniere” di Interstellar, però, ha gli occhi spalancati verso il futuro. In una scena illuminante, Cooper (il protagonista) si confronta con gli insegnanti di sua figlia, convinti dell’inutilità dei viaggi spaziali: essi non sarebbero stati altro che un gioco politico figlio della Guerra Fredda, e un enorme spreco di risorse. La reazione di Cooper è fisica prima ancor che verbale: lo sguardo e i movimenti della testa rivelano il disappunto (e la rabbia) provato di fronte ai propri simili, incapaci di alzare lo sguardo dalla loro micro-realtà. E incapaci di vedere, ovviamente, il collegamento fra l’esplorazione spaziale ed i benefici di cui l’umanità ha goduto, negli ultimi cinquant’anni, in termini di progresso tecnologico. C’è voglia di Frontiera nel film di Nolan, la si capta chiaramente. In un mondo occidentale rannicchiato su sé stesso a causa della crisi economica, questa voglia non può che essere la benvenuta.

4) LA FINE DEL MONDO

Interstellar mostra una delle tante Apocalissi possibili. Forse la più probabile: quella che vede le società umane crollare a causa della scarsità di cibo, frutto (probabilmente, dato che nel film la causa resta criptica) della sovrappopolazione planetaria. Il grano muore. Il mais morirà. Gli umani spariranno. E tutte le loro macchine, i loro gadget elettronici ed i loro elettrodomestici non riusciranno a salvarli. Il progressivo deterioramento di un ambiente adatto alla vita umana, così come viene mostrato nel film, è in un certo senso già avvenuto. Nel corso dell’ultimo secolo, le conseguenze di un determinato stile di vita (adottato a livello globale) si sono fatte sentire in maniera crescente. La Terra è già parzialmente compromessa. E Nolan (sia tramite le immagini, sia tramite le frasi che mette in bocca ad alcuni personaggi) non fa altro che mostrare le conseguenze ultime del processo degenerativo in corso. Tuttavia, il regista omette di mostrare le conseguenze sociali della catastrofe. Buona parte del film è ambientata tra una sperduta fattoria ed una base sotterranea della NASA. Una penuria alimentare di proporzioni globali deve aver forzatamente innescato sollevazioni di massa, e sanguinose repressioni da parte di svariati governi nazionali. Di tutto questo non c’è traccia: resta solo un accenno, contenuto in una frase pronunciata da Cooper. Qui sta la differenza fra un Nolan e un Carpenter. John Carpenter, raccontando la stessa storia, avrebbe mostrato i militari mentre sparavano sulla folla affamata ed incontrollabile, non tanto e non solo per un presunto pregiudizio contro le autorità costituite: semplicemente, un simile sviluppo narrativo sarebbe risultato logico, e Carpenter non si sarebbe risparmiato nel mostrarlo. Di registi con il coraggio (e il carattere) dell’autore de Il seme della follia, però, non ce ne sono molti. Inserire determinate sequenze in un blockbuster hollywoodiano significherebbe scontrarsi frontalmente con i produttori, e vedere ridotte le proprie possibilità di continuare a lavorare ad alti livelli. Non a caso, Carpenter ha diretto due soli film negli ultimi 14 anni.

5) LA FEDE, L’AMORE, LE LAGNE

Sarà la crisi, sarà l’11 settembre, sarà che nei momenti di difficoltà la Bible Belt si fa sentire, ma nei film americani ad alto budget degli ultimi 10 anni la fede fa spesso capolino. Una fede che io trovo ammantata di una certa cupezza. E il film di Nolan, per me, non fa eccezione. La partenza di Cooper, contro ogni speranza o quasi, è un atto di fiducia nelle possibilità umane….e un atto di fede, qualora queste possibilità non risultassero sufficienti. La parola “fede” viene pronunciata in qualche sequenza. D’altronde, di fronte all’Universo risulta inevitabile pensare a ciò che sta al di là dell’umano. Il wormhole ed il buco nero Gargantua (per le loro dimensioni, per i loro influssi sullo spazio circostante e per il loro terrificante aspetto) assurgono quasi al rango di entità divine, o meglio ancora di oggetti divini; sono privi di una loro volontà, ma risultano al di sopra dei più folli sogni di potere concepiti dagli umani. Questi ultimi, infatti, non possono influenzarne in alcun modo il funzionamento: si limitano a subirne gli effetti. Il tema dei sentimenti umani è anch’esso presente nell’opera. Cooper compie il drammatico distacco dai propri figli; Amelia Brand abbandona il proprio padre ( e in qualche modo, rinuncerà anche all’uomo che ama). La famiglia di Cooper, in particolare, subisce l’abbandono del genitore generando una serie di reazioni profondamente diversificate nel tempo. La figlia Murph, in particolare, passerà dalla rabbia all’accettazione, per finire con qualcosa di ancor più complesso. Di sequenze “emotive” non ce ne sono poche, considerata la fama di regista “sentimentalmente freddo” che circonda Nolan. L’idea dei videomessaggi in differita temporale dà vita ad alcuni momenti quasi strazianti, e il reincontro finale tra Cooper e sua figlia è altrettanto toccante. La scena ambientata all’interno del Tesseratto, invece, spinge un tantino troppo sul pedale della lagna: una sequenza che vuole essere talmente emotiva da risultare artificialmente carica di sentimento, e dunque artefatta, “fredda”. Anche nel confronto fra la Dottoressa Brand e Cooper sul tema dell’amore, a dirla tutta, si avverte più la sofisticatezza dei giochi intellettuali di Nolan (peraltro lontani anni luce, come complessità e profondità, da certe sequenze partorite da autori come Kubrick o Kurosawa, che avevano lo scopo di interrogarsi sulla natura stessa della moralità o di trasmettere un contenuto morale), che la rivelazione derivante da una riflessione autentica sul sentimento più totalizzante che esista. Sentimenti e lagne, dunque, distribuiti in parti quasi eguali.

6) IL MALE

Una recensione a parte se la meriterebbe il Dottor Mann, l’antagonista-ma-non-proprio della storia. Il suo personaggio non gode di moltissimo spazio, ed è un peccato: Mann aveva le potenzialità per fare da contraltare al pionierismo di Cooper e alle speranze coltivate dalla Dottoressa Brand. Presentato come un eroe (ed effettivamente lo è stato), Mann compare durante la scena del suo stesso risveglio, ad opera dell’equipaggio dell’Endurance. E quello che emerge dalla stasi è un uomo vicino al punto di rottura, in lacrime, che abbraccia un altro essere umano dopo anni di solitudine. Che cosa abbiano potuto significare, per lui, gli anni di attesa su di un pianeta deserto, possiamo soltanto immaginarlo. Questo lungo periodo di isolamento ha trasformato l’eroe nella sua antitesi: Mann è diventato un personaggio capace di giustificare le proprie azioni in nome del superiore interesse della razza umana. In realtà, le motivazioni di Mann sono ormai legate esclusivamente alle sue paure personali: fra tutte, quella della solitudine, che ha consumato la sua mente. Le azioni di Mann, tuttavia, sono difficilmente giudicabili: quanto senso hanno i concetti di bene e male (o, se si preferisce, di consentito e proibito a livello sociale) a una distanza incalcolabile dalla Terra, e dalla società che li ha generati? In ultima analisi, Mann è una figura tragica, alla quale lo scarso spazio dato nel film impedisce di diventare indimenticabile. Ed è un peccato. Sono rari gli antagonisti che chiedono soltanto di non essere giudicati per ciò che fanno, non perché patologicamente megalomani, ma soltanto in conseguenza della loro condizione di uomini soli.

In conclusione: è bello, questo Interstellar? Assolutamente sì. La sua bellezza deriva anche dalla scarsità di kolossal con pretese autoriali che affligge Hollywood? Assolutamente sì. E perché lo si dovrebbe vedere? Perché, in tempi di crisi interiore prima che economica, nulla fa bene quanto alzare gli occhi al cielo.

PS: Questo link porta ad un articolo di Davide Mana, infaticabile divulgatore culturale e sostenitore dell’utilità dell’esplorazione spaziale. La lunga disputa che ha luogo nei commenti risulta particolarmente illuminante:

http://strategieevolutive.wordpress.com/2012/08/08/rosso-desolato-e-meraviglioso/