STRANEZZE SPAZIALI – PARTE 3

This is Ground Control to Major Tom / You’ve really made the grade  / And the papers want to know whose shirts you wear

Non può essere vero.  Non può essere vero.  Sto, devo stare sognando.

Peso di nuovo 86.7 kg, indosso un completo nero e ho la barba fatta. Sono in forma. Mio Dio. E’ il giorno della mia laurea, l’ultimo giorno in cui ho mantenuto le promesse e portato a termine la missione. L’ultimo giorno in cui sono riuscito ad andare a dormire soddisfatto, completamente soddisfatto. E quel giorno mi sono lamentato. Per poco non crollavo nel bagno dell’università. Tutto questo, per uno stupido voto. Dio mio, quanti anni saranno passati? Tre? Quattro?

Perchè devo sognare questo?!?! Gli incubi sono soltanto imitazioni malfatte di desideri, paure ingigantite, pulsioni inconsce e residui di salame piccante. Nulla di che: ci distraggono, mettono un pò di brivido e di imprevisto in vite autodesertificate come la mia, forniscono storie da raccontare al mattino. Ma il ricordo di un passato felice, che allora non sapevamo essere tale (e che dunque non abbiamo goduto appieno) è quanto di più terribile vi sia al mondo. Merito davvero tutto questo? Solo per aver consapevolmente gettato nel Grande Immondezzaio centinaia e centinaia di giorni, merito davvero questo?

Now it’s time to leave the capsule / If you dare

Il giorno della mia rovina è venuto e se n’è andato. Grazie ad esso, posso predire anche la vostra. Ricordatevelo: la rovina non arriva con le sfide. Non viene con le difficoltà, con le avversità, con i lutti, con le catastrofi. Sciocchezze. La rovina compare il giorno successivo al vostro primo trionfo. Arriva senza bussare, nel cuore della notte, e a mezzogiorno la sua ombra avanza sull’erba, pronta a far ammalare il Sole. In men che non si dica, tutto è stato attossicato. Alle sei di pomeriggio, il veleno sembra essere entrato in circolo ovunque. I momenti sono rovinati, rovinati, rovinati come se avessi un cementificio in azione nell’anima, intento a pompare tutti i veleni che può. Anche i cinque sensi ti tradiscono: il gusto diventa disgusto per ogni cibo: sono tutti troppo dolci o troppo piccanti. Il tatto fa sì che le mani si portino alla pancia, capace di crescere inesorabilmente notte dopo notte. La vista si appanna, e cominci ad avere paura del giorno in cui sarai  cieco. L’udito te lo indebolisci da solo, martellandoti dentro musica a tonnellate, frustando e spezzando la resistenza dei tuoi poveri timpani. Per l’olfatto bastano le sigarette. I muscoli si indolenziscono mostruosamente se t’azzardi ad usarli. Lasciali stare un paio di giorni, e resta solo grasso.  E tutto è successo all’indomani del trionfo, quando di fronte a mille porte aperte, avete deciso di fermarvi ad aspettare. Scoprirete a vostre spese quanto sia difficile ricominciare con un nuovo, singolo passo. Potevo osare, GC. Potevo osare, ma non ce l’ho fatta.

This is Major Tom to Ground Control / I’m stepping through the door

Sarebbe ora di chiamare GC.  E’ sempre ora di chiamare GC, se capite cosa intendo. Potremmo citare a memoria le scene più belle di E morì con un felafel in mano, potrei parlargli ancora del Barone di Munchausen. Oppure, potrei limitarmi ad ascoltarlo. Lui non lo sa, ma è quasi diventato il mio spettacolo personale. Stand up comedy per l’anima, vibrazioni positive, avvolgenti e spesso commoventi. Come quella volta che mi parlò del film di fantascienza sovietico in cui il cosmonauta esprimeva amore per tutta l’umanità, e fiducia nel futuro. O quella volta che parlò davanti a tutti di Orizzonti di gloria, ricordando come i soldati in attesa dell’esecuzione fossero stati praticamente ridotti a larve.  O quella volta, quella volta, e quell’altra volta, e quell’altra ancora. Potremmo anche insultarci e basta.  Oppure non parlare di niente. Con lui, le comunicazioni  non si interrompono. Nemmeno quando si è in silenzio. Non si chiama Ground Control per caso.  Adesso innesto la marcia e provo ad andare. Il cambio è duro come un sasso, lo sterzo è un pezzo di granito. I sedili dietro non ci sono più: solo falci e forconi. A farmi compagnia, qui nell’abitacolo, ci saranno almeno tre o quattro grilli, un paio di api e un bel tafano. Lo sento ronzare vicino al cruscotto, o forse dentro il cruscotto. Se attivo i tergicristalli, per fermarli devo spegnere l’auto. Se attivo gli abbaglianti, per fermarli devo spegnere l’auto. Probabilmente, per spegnere l’auto dovrò prima eseguire qualche complicato rituale che coinvolga sterzo, freno a mano, pompa dell’olio e un paio di buone bestemmie, quelle d’annata. Chi se ne fotte, io innesto e parto. Forse non arrivo, ma partire è già qualcosa. Il grasso si fa sentire un pò meno, stamattina. Fa freddo, e questa è sempre una buona cosa.

And I’m floating / in the most peculiar way / and the stars look very different today

35, 40, 45, 50, terza. 55, 60, 65, quarta. Oltre non  mi spingo, perchè sono un cagasotto.  Quest’affare pesa otto quintali e non frena. No, non serve spingere a fondo il pedale: non frena e basta. Meno male che sono in salita.  Vado su, su, su. In teoria, verso le montagne. In pratica, sto decollando verso Tau Ceti II, a occhio. La strada attorno a me si trasforma. Scorre veloce, sempre più veloce. Ai bordi c’è un nastro verde e marrone, sotto di me un nastro grigio che ogni tanto diventa color diamante. Sarà il tracciamento del segnale inviato dal radiofaro di riferimento, non so. Anche il mio ricognitore monoposto si sta trasformando. Il motore, vecchio di 29 anni, sta dando fondo a tutte le sue energie per me.  Il metallo si sposta, si fonde, si rimodella. Il rombo cresce e cresce ancora. Sopra la mia testa sono spuntati i flap. Papà li cercava sempre prima di partire, per simulare il decollo. Sapeva di farmi contento. Vado, vado, vado! Non mi ferma nessuno ormai. Sono in fuga dalla gravità. In un angolino della mia testa, l’unico non invaso da rutilanti immagini spaziali, una vecchia conoscenza mi intima di rallentare, perchè se incrocio qualcun altro stavolta facciamo il botto. E’ la paura a parlare. Affanculo la paura, e anche quelli che guidano senza immaginare sè stessi a dribblare frammenti nel bel mezzo della Cintura degli Asteroidi. Questo momento è solo mio, mio, mio dopo tonnellate di biscotti, milioni di cellule adipose, miliardi di momenti spariti nell’immondezzaio che mi sono costruito da solo, in ogni sua schifosa parte. Fra qualche ora mi starò ingozzando di nuovo, insensibile, silenzioso, afono nei confronti di me stesso. Adesso no, adesso stiamo abbandonando lo spazio conosciuto.

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